Il rumore del ghiaccio

Febbraio 2018

Ana e Leon sono seduti sul divano scassato davanti alla stufa spenta dell’Hostal Guerrero a El Calafate e confabulano animatamente in tedesco, sono un po’ agitati.

Ana parla concitatamente al telefono, Leon scrive messaggi su una tastiera esterna collegata al suo smartphone e non si muovono di lì per almeno un paio d’ore. Non staccano il culo dai cuscini, ma sono così trafelati che sembra abbiano appena percorso quattro piani di scale di corsa, per la quinta volta.

Ogni tanto si consultano con Carlito. Carlito è un bizzarro personaggio che risiede permanentemente nell’ostello, mi racconterà poi Sebastiàn, il proprietario. Carlito è alto, secco secco, occhiali a fondo di bottiglia ed è tutto sporco di pittura. Vien da pensare che stia ridipingendo qualche stanza dell’ostello ma niente è più distante dalla realtà: Carlito non sta lavorando da nessuna parte e nessun angolo dell’ostello è in fase di ristrutturazione, anzi, tutto il contrario. La struttura è così precaria che se fosse stata tirata su con i Lego sarebbe più solida. E’ decisamente sporchina, nei bagni non funziona bene lo sciacquone, è pieno di capelli sul pavimento e manca spesso la carta igienica. Ciò che non manca mai invece, almeno in quello delle donne, è una pozzetta di acqua stagnante che proviene da una piccola crepa sul water. Vai te a capire se quell’acqua scorre fuori prima o dopo che una ci ha fatto la pipì dentro.

Se l’aspetto dell’alloggio non è dei migliori, l’accoglienza che viene riservata ad ogni ospite è eccezionale. Isabel e Sebastiàn sono i proprietari, lei lavora anche in un panificio, mentre lui si occupa a tempo pieno dell’Hostal Guerrero. Sebas ti accoglie come se fossi il cugino che vive lontano e che torna a casa una volta all’anno: era ora che arrivassi!

Carlito invece sembra essere l’ombra dei due ragazzi, li segue ovunque e li assiste come fosse il loro maggiordomo: prepara loro il te, chiede se ne vogliono ancora, spalma tonnellate di mayonese sui loro enormi sandwich con una cotoletta grande come un lenzuolo.

Ana parla spagnolo perfettamente, Leon se la cava, e se la chiacchierano amabilmente con la loro ombra e con i proprietari dell’ostello.

Le pareti dell’ostello sono come carta velina perciò dalla cella dove dormo riesco a carpire buona parte dei loro dialoghi (anche perché uno dei muri è contiguo alla sala da pranzo, posso sentire la gente masticare mentre cerco di addormentarmi, inutilmente).

Hanno perso una valigia durante uno dei voli interni e non si riesce a rintracciarla da nessuna parte, ecco perché sono così agitati! Sono a El Calafate da diversi giorni e non c’è verso di capire dove sia finita ‘sta benedetta valigia.

Il bagaglio smarrito è di Leon, ed è stato perso da Iberia a Buenos Aires, o forse da Aerolineas Argentinas, chissà dove.

Ana e Leon hanno 19 anni, sono tedeschi e sono fidanzati. Lei sta facendo un periodo di tirocinio come professoressa di musica a Santiago del Chile, lui è venuto a trovarla e viaggeranno un po’ assieme.

Ana è incazzata come una iena con Leon, che è partito da casa dicendo ai suoi che sarebbe andato tre settimane a trovare un amico nel sud della Germania. Ana è incazzata con Leon perché il viaggio in Patagonia l’aveva organizzato per conto suo, e ha dovuto scombinare i suoi piani dopo l’arrivo a sorpresa di lui, e soprattutto dopo la perdita della valigia, visto che le due linee aeree stavano giocando a ping pong con la responsabilità della perdita, del ritrovamento e dell’improbabile consegna della stessa. I ragazzi quindi sono lì in attesa e ogni giorno fanno un viaggio a vuoto in aeroporto, ovviamente accompagnati da Carlito, per vedere se la valigia sia ricomparsa.

Man mano che passano le ore, la loro tensione aumenta. Lo capisco dal tono con cui parlano tra di loro. Ana è la più insofferente dei due, lui cerca di calmarla ma i suoi sforzi sono un po’ vani.

Il secondo giorno della mia permanenza a El Calafate la situazione sta per esplodere.

I nervi di Ana sono tesissimi e Carlito non sa più cosa fare. Neanche Leon. Ma Carlito ogni tanto mette la mano in tasca e tira fuori una bottiglietta di liquore che, almeno per lui, funge da calmante.

Anche Leon è disperato ma non è così agitato come Ana, anche se avrebbe più motivi di lei per esserlo: nel caso il bagaglio venisse ritrovato, e magari anche rispedito al suo domicilio, i suoi genitori scoprirebbero che non si trova in Baviera con il suo amico d’infanzia Hans o Fritz a, nel peggiore dei casi, sbronzarsi di lager a 3,5 gradi, ma che è a tipo a 13000 kilometri di distanza con solo un cambio di vestiti con sé, bloccato in un ostello fatiscente e assistito da un maggiordomo alcolizzato.

Quel giorno Ana decide di chiamare di nuovo in aeroporto e lì, sbrocca. Ma lo sbrocco sembra funzionare come una formula magica, e nel giro di poco li vedo chiamare un taxi e prendere la via dell’aeroporto, naturalmente, ormai è scontato, scortati da Carlito.

La giornata è serena, soleggiata e tiepida. Vado a fare una passeggiata mentre aspetto che Paolo torni dalla sua escursione sul Perito Moreno.

Al mio rientro, scopro che la valigia è arrivata e gli animi dei due giovani fidanzati si sono quietati, ma non del tutto ovviamente: Ana non riesce a perdonare a Leon di aver perso la valigia e averle fatto perdere tempo.

Ora possono continuare il loro viaggio. Dopo la tappa a El Calafate per andare a visitare il celeberrimo ghiacciaio Perito Moreno, la loro destinazione è il parco nazionale Torres del Paine, in Chile. Quando vengo a conoscenza del loro programma rimango un po’ perplessa: se, stando a quanto ho capito, ci sarebbero dovuti andare quattro giorni prima, com’è possibile che si possano permettere di arrivarci con tanto ritardo, considerando che un bus per arrivare al parco o a Puerto Natales bisogna prenotarlo con almeno una settimana di anticipo? E come fare con le prenotazioni per gli alloggi all’interno di Torres del Paine? Il mio primo pensiero è di aver sbagliato qualcosa nell’organizzazione del nostro viaggio. Possibile che solo io ho fatto tutta ‘sta fatica a trovare un angolino dove dormire nei campeggi del parco? Avrò scovato solo una delle mille sconosciute compagnie di trasporti che vanno da Calafate a Natales e ho limitato le nostre possibilità di viaggio? Mi è sfuggito qualcosa? Mah, mistero.

Ceniamo e andiamo a letto. Dalla stanza comune Manu Chao mi scassa la minchia fino alle due di notte. Paolo russa. Forte.

Alle 4:20 mi alzo, prendo le lenzuola, la coperta, la frontale e vado a dormire sul divano. Mission aborted: c’è già Sebastian che dorme li, allora con un po’ di vergogna mi infilo in una stanza vuota, stendo lenzuola e coperte sul letto fatto e cerco di dormire un po’.

Il giorno dopo è il gran giorno. Finalmente Ana e Leon possono lasciare la loro prigione! Sono felici, Ana sorride, Carlito non sta nella pelle, Leon è agitato e un po’ tutti nell’ostello siamo contenti di vederli finalmente spiccare il volo. Ficcano le loro cose nelle sacche, cercano il caricabatterie del telefono, credo si procurino qualcosa da mangiare durante il viaggio verso il Chile.

Noi pochi ospiti ancora presenti quella mattina in ostello seguiamo con gioia i preparativi della partenza e in un paio di persone decidiamo di accompagnare la comitiva in partenza fino al marciapiede di fronte all’entrata dell’alloggio dove li sarebbe venuti a prendere il taxi.

Carlito brinda.

I ragazzi, zaino in spalla, sostano un po’ nello stretto corridoio che da all’uscita, Sebastian li invita gentilmente a muoversi perché in quel modo stanno bloccando l’accesso al bagno, alle stanze, alla reception, all’uscita.

Ok Ok! Rispondono, e lentamente prendono la via della porta. Da una tasca laterale dello zaino Ana tira fuori un bastoncino pieghevole bianco. Leon non perde tempo e prende il suo, lo svolge, lo assembla, lo stende davanti a sé e a tentoni riesce a beccare la porta d’uscita, il gradino del marciapiede, il marciapiede stesso, si ferma, aspetta il taxi. Il taxi arriva, Carlito aiuta entrambi a caricare gli zaini in auto, Ana sale davanti, col bastoncino ancora chiuso. I due maschi salgono dietro, Leon impacciatissimo, non fa neanche a tempo a ripiegare il bastoncino per salire che il taxi è già partito. Agitano la mano verso un punto indefinito ma stanno salutando noi dal finestrino, e partono.

Oltre che per la valigia, erano a El Calafate per il Perito Moreno. Qualcuno aveva detto loro che il ghiacciaio si muove e che produce dei suoni fortissimi e che si sarebbero potuti sentire dalla passerelle antistanti il fronte della massa gelata. Era il sogno di Ana, andare a El Calafate a sentire il rumore del ghiaccio.

EPILOGO

Stando a quanto riferito a Sebastian da Carlito, una volta che i due ragazzi sono arrivati alla stazione dei bus di El Calafate, hanno ovviamente scoperto che i pullman diretti in Chile erano tutti pieni e che non ci sarebbe stato posto di lì a due giorni.

Ma con il magico potere dello sbrocco di Ana, gli autisti impietositi sono miracolosamente riusciti a far comparire due posti su un bus diretto a Puerto Natales.

Il ghiacciaio Perito Moreno
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