Sorrisi e diarrea

Novembre 2017

Ci ho messo un po’ a metabolizzare il viaggio in Nepal.
Era la mia prima volta in Asia, dopo quattro mesi di Islanda. E’ stata un’esperienza sconvolgente, bella e drammatica, soprattutto per il mio intestino. Alla fine è come essere catapultati da una asettica sala operatoria al bidone dell’organico lasciato fuori dalla porta per due giorni in agosto, senza passare dal via e il mio organismo non l’ha presa troppo bene.

Ci sono andata perché sono stata invitata ad accompagnare una spedizione al campo base dell’Everest organizzata dall’agenzia Karavaniers di Montreal.
Il programma prevedeva circa 20 giorni di cammino partendo da Lukla, raggiungendo il campo base attraversando la valle del Solu Kumbhu passando per il famigerato Cho La Pass e ritorno.
Naturalmente poche delle cose previste dal programma sono andate come avrebbero dovuto, ma visto che ci piacciono le avventure, ci dobbiamo sorbire pure gli imprevisti. Anche perché sennò poi di cosa scrivo?
Vorrei prima però spezzare una lancia in favore delle colture di batteri presenti nell’acqua nepalese precisando che io ho iniziato con vomito e diarrea due giorni prima di arrivarci in Nepal, così, giusto per acclimatare, giusto per sfogare un po’ l’ansia.

I primi giorni li ho passati in buona compagnia aspettando i clienti e familiarizzando con questo universo parallelo chiamato Nepal. Dopo un paio di giorni a Kathmandu, ci siamo spostati a Bhaktapur, città più piccolina e meno turistica, meno cara e più vivibile di Thamel, il quartiere turistico della capitale.
A Bhaktapur sono evidentissimi i danni del terremoto del 2015, molti monumenti sono crollati e molti palazzi sono puntellati, alla cazzo, ma puntellati in attesa che succeda un miracolo e si inizi a restaurarli.
La gente lì è tranquilla, proprio serena, accogliente e sorridente. Ti incrociano per strada e ti sorridono, ti servono un piatto di momos e ti sorridono, ti tagliano la strada col furgone e ti sorridono, ti investono con lo scooter e ti dicono “sorysory” e ti sorridono, non ce la fai ad incazzarti.
Ho avuto la fortuna di capitare lì durante una festa induista della durata di vari giorni, io riesco ad assistere solo agli ultimi due. L’ultimo, mi sembra di ricordare, era la giornata in cui tocca celebrare i fratelli maschi. Quando me l’hanno spiegato ho dovuto mandare giù un bocconcino un po’ amaro, mi sono morsa la lingua femminista e mi sono fatta spiegare come funzionava la festa dall’ imberbe proprietario dell’ostello dove avremmo ricevuto i clienti, il tutto sbirciando dentro alla finestra di un appartamento che era alla stessa altezza della terrazza sul tetto del nostro edificio. Dalla nostra privilegiata postazione abbiamo potuto assistere a tutta la cerimonia, dal momento in cui è stato disegnato un mandala di legumi e fiori sul pavimento della cucina, al momento in cui le donne della famiglia hanno portato dei doni ai propri fratelli, il tutto commentato in diretta in un discreto inglese, dal “barely legal” hotel manager.

Un occhio indiscreto sbircia all’interno di una cucina nepalese

Il giorno prima toccava alla festa delle luci, e la notte tutta la città è stata illuminata da migliaia di lumini sistemati lungo le strade, sugli usci e alle finestre delle case e dei negozi, l’atmosfera era surreale. Tutti gli abitanti di Bhaktapur erano per strada a festeggiare, e ad ogni angolo della città c’erano gruppetti di bambinetti tirati a lustro che cantavano e ballavano coreografie piuttosto elaborate e poi chiedevano un piccolo compenso.
Durante la nostra passeggiata notturna siamo stati avvicinati da una bellissima mamma con una marmocchia al seguito che si stava godendo anche lei la serata passeggiando per le viuzze della città. Ci ha accompagnati per un po’ e ci ha spiegato quello che stavamo vedendo, dai motivi dei mandala alla disposizione delle luci, alle regole dei giochi ai cui in molti stavano prendendo parte nelle piazze agli incroci delle strade, e che ricordavano una specie di gioco della sedia. Parlava molto bene in inglese e spiegava in modo altrettanto piacevole e delicato. La nostra diffidenza da muzungu ci ha fatto subito pensare che quel piccolo tour turistico ci sarebbe costato almeno qualche rupia. E invece è stata la dolce mamma a ringraziarci e ad augurarci una buona serata. Col sorriso.
Da buoni stronzi pallidi che siamo, abbiamo proseguito senza meta, fino ad essere attirati da musica e canti provenienti da quella che sembrava essere una vecchia torretta traballante. Dopo esserci avvicinati forse un po’ troppo, capiamo che si tratta di una qualche celebrazione religiosa, e decidiamo di togliere il disturbo. Non facciamo a tempo a girare i tacchi che veniamo avvicinati da una ragazza, anche lei di una bellezza straordinaria (machecacchio!) che ci invita invece a prendere parte alla cerimonia. Proviamo a dire che no, che non serve, che tanto non capiamo niente, ma lei ci dice (sì, anche lei parlava inglese praticamente perfettamente) che ci avrebbe spiegato tutto e che avrebbe fatto piacere a tutti se fossimo rimasti almeno un po’. E come si fa a dirle di no? Ci siamo tolti i sandali e l’abbiamo seguita fino in cima alla bassa torre, dove si erano raccolte un po’ di persone a cantare e adorare una divinità che mi sembrava di aver visto già da qualche parte. L’avvenente fanciulla ci ha fatto accendere dei lumini, lasciare un paio di rupie in offerta alla divinità, fatto fare il giro in senso orario attorno al perimetro esterno della piccola nicchia sulla sommità della torretta, offerto un dolcetto che sembrava marzapane (e che no, non ha peggiorato la mia situazione intestinale) e spiegato che loro lì facevano parte degli Hare Krishna.
Ancora una volta la stessa nostra puzza da merdine bianche ci fa alzare il naso e fare un passo indietro e pensare subito a quei personaggi bizzarri vestiti di arancione che vanno in giro per le strade di Bologna cantando e tamburellando e che cercano di coinvolgerti nel loro delirio religioso, e invece no. La ragazza ci spiega che la loro associazione organizza un sacco di cose fighe lì nella zona, tra cui corsi di inglese per ragazzini. Ci chiede di dove siamo, che progetti abbiamo, ci ringrazia e ci saluta.
Col sorriso.

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