Stairway to Hengifoss

Settembre 2019

Nel giorno della salita numero 22 a Hengifoss con l’ultimo gruppo della stagione 2019, mi imbatto in un dipendente del parco nazionale Vatnajökull intento a conficcare a suon di martellate dei paletti nel terreno. I paletti in questione avrebbero retto delle cordicine con lo scopo di delimitare gli spazi dentro i quali i turisti avrebbero dovuto camminare per raggiungere la famosa cascata.

Eccoci di nuovo di fronte alla necessità di limitare lo spazio in cui il turista cavalletta potrà arrivare a portare la propria apocalittica devastazione.

C’è da dire comunque che il terreno qui, come in molti altri luoghi dell’Islanda, è molto fragile. Come sanno ormai anche gli abitanti di galassie distanti da noi, in Islanda piove piuttosto spesso, il terreno poco profondo si impregna di acqua e molte delle camminate più conosciute e alla portata di tutti diventano una palude fangosa dove è molto facile inzaccherarsi fino alle ascelle e, cosa un po’ più grave, i sentieri diventano campi di battaglia in cui il passaggio di migliaia di bipedi aggrava di molto la situazione.

Naturalmente la portata del problema aumenta dal momento in cui ai bipedi non è sufficiente devastare il sentiero messo a disposizione dalla natura e dal parco, ed iniziano quindi ad andare più in là, un po’ più in là, un passetto più su, un poco più in giù, mossi dallo spirito d’esplorazione sicuramente, ma anche dalla stramaledetta smania di ficcarsi dove non è il caso per riuscire ad avere una migliore angolazione per farsi uno stramaledetto selfie.

L’inutilità delle cordicine si fa notare subito, perché qualche metro più avanti rispetto a dove sta lavorando il guardiaparco c’è un’allegra famigliola che sta facendo il picnic sul prato.

Naturalmente non riesco a tenere chiusa la fogna che mi ritrovo e nonostante mi frigga lo stomaco, riesco a far notare alla famigliola che le corde sono li per evitare che la gente vada proprio dove sono, senza mandarli affanculo. Si alzano e se ne vanno spiegandomi che non avevano capito.

Io e il mio gruppo passiamo oltre e in poco tempo raggiungiamo il punto panoramico dal quale si può ammirare la cascata. Lì le corde finiscono in corrispondenza di uno spazio più o meno comodo composto da grossi massi incastrati lungo la riva del torrente dove di solito mi fermo a fare una pausa di contemplazione, al cospetto della cascata. Non vado mai oltre, nonostante non ci sia nessun segnale a impedirlo, perché non c’è un sentiero chiaro e definito che arrivi fino a sotto alla cascata, si tratterebbe di affrontare circa 500 metri di sentierino scomodissimo ai piedi di un pendio di sfasciumi, saltare un mucchio di sassi ma soprattutto rischiare moltissimo di essere colpiti dai sassi che cadono dall’alto.

La cascata si trova alla fine di una gola piuttosto stretta e le pareti ci lasciano vedere com’è la montagna al suo interno, come se si trattasse di un’enorme torta a strati di cui un gigante si è mangiato una fetta: sembra di stare ad ammirare una gigantesca Sacher di basalto e argilla rossa.

Il fantastico gruppo del CAI di Camposampiero in pose sexy di fronte a Hengifoss

Una Sacher un po’ vecchia e secca visto che dai bordi della torta cascano spesso e volentieri briciole di roccia grandi quanto palline da tennis. Ritengo sia un motivo più che valido per non andare in cerca di uccidersi e, per quanto mi riguarda, per non giocarmi la vita di qualche cliente.

Naturalmente non tutti fanno questa valutazione e si avventurano fin sotto la cascata rischiando la morte o quanto meno di slogarsi una caviglia o di sbeccarsi il cranio. Questo io lo devo spiegare fino alla nausea a tutti i clienti che mi chiedono perché non si può andare più avanti e non è sempre facile far capire che è solo per la loro incolumità che ci si ferma ad un certo punto. Solo una volta mi è andata particolarmente di lusso, perché giusto un secondo dopo che uno del gruppo avesse pronunciato l’ultima parola della sua lagnosa richiesta di poter andare un po’ più avanti, una piccola frana è caduta dal versante destro e una bella quantità di massi è rotolata giù fino al torrente. Non ho avuto bisogno di aggiungere molto altro.

Ma quel giorno non ho avuto troppo da tribolare, era un gruppo minuscolo di persone ragionevoli, perciò ci siamo goduti la passeggiata, il momento di meditazione in riva al fiume, gli improperi che un’enorme guida locale imbufalita riservava a quelli che non riuscivano da soli a capire perché quelle corde fossero lì.

Sulla via del ritorno mi sono fermata a fare due chiacchiere con il guardiaparco perché c’era qualcosa che non mi tornava.

“Salve! Posso chiederti una cosa? Ho visto che state mettendo corde ovunque per delimitare il sentiero. Avete intenzione anche di mettere delle corde alla fine del percorso per impedire alla gente di arrivare fino a sotto la cascata?”

Il bestio biondo e barbuto prende questa mia richiesta come una provocazione e mi risponde in malomodo di no. Io gli specifico che la mia è solo una curiosità, e che ad ogni modo avrei apprezzato, giusto per evitarmi ogni volta la rottura di cazzo di dover spiegare l’ovvietà.

Finalmente intenerito dopo il mio chiarimento, mi spiega che il parco lo ha mandato lì a mettere le corde per evitare che la gente vada in giro a sfasciare il prato, per flora protection, non per salvaguardare i turisti, che in definitiva possono anche andare ad uccidersi, ma che lo facciano senza calpestare i fiorellini.

Gli rispondo che mi sembra fair enough.

“Metteremo dei cartelli con pericolo caduta massi, ma non abbiamo intenzione di fare molto di più, il parco è più worried per la natura che per l’incolumità degli instagrammers.”

La discussione finalmente ha preso una piega cinicamente divertente.

Gli chiedo quindi se metteranno anche dei cartelli che spiegano che non bisogna oltrepassare la corda, visto che non sembra di per sé abbastanza chiaro che se c’è una corda, una balaustra, un cancello, una sbarra o il buonsenso a sbarrare un cammino, è perché stanno a indicare che è lì che bisogna fermarsi, e forse la gente ha bisogno di limitazioni più chiare.

E qui, il mio nuovo migliore amico, mi da la risposta più bella che potessi aspettarmi da uno smartellatore di paletti:

“Guarda, a me piacerebbe tantissimo non dover mettere cartelli da nessuna parte. Mi piacerebbe non dover mettere le corde e non dover spiegare che non bisogna andare oltre le corde. Sono salito quassù decine di volte e ho visto un sacco di sassi cadere da lassù, non è una novità.

Pero la gente è stupida, ed è per questo che io ho un lavoro”.

Alla fine del sentiero, il belvedere a Hengifoss e il tubo in PVC che custodisce il libro di vett…ah no, il libro di cascata

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